Monster – La storia di Ed Gein: recensione

 Monster – La storia di Ed Gein: recensione

La terza stagione della serie antologica Monster, ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, e prodotta da Netflix è dedicata a Ed Gein, uno dei killer più famosi della storia del crimine.  La serie esplora non solo i crimini macabri di Gein, ma anche le radici psicologiche, la solitudine, la maternità opprimente e l’ossessione che hanno alimentato la sua trasformazione in figura dell’orrore. Una delle cose che  colpisce subito è la ricostruzione accurata degli anni ’50: l’ambientazione rurale del Wisconsin, e in particolare la fattoria fatiscente, vera e propria casa degli orrori dove Gein compiva i suoi macabri rituali, risulta essere molto accurata, questo grazie anche a una fotografia che valorizza tonalità pastello negli ambienti diurni e si fa intensa e soffusa nelle scene notturne, specialmente all’interno della casa di Gein e nelle sequenze evocate dalla sua mente disturbata. Tale contrasto visivo contribuisce a creare un’atmosfera inquietante e molto “cinematografica”, che potenzia la componente horror/thriller più di molte produzioni televisive. Charlie Hunnam offre una performance veramente convincente nel ritratto del disturbato Ed Gein: la sua fisicità, la presenza scenica, la modulazione della voce, soprattutto nelle parti in cui emerge la fragilità psicologica, risultano alquanto efficaci, contribuendo a donare alla figura  dell’alienato Gein un ritratto più umano. Del resto è evidente come fosse nelle intenzioni degli autori farne un ritratto triste, in grado di mettere in risalto gli aspetti più fragili della sua personalità piuttosto che puntare sulla componente  sadica e mostruosa. Quest’aspetto, in realtà, ha scontentato molti critici e spettatori che si aspettavano un personaggio decisamente più disturbante e fuori controllo capace di “mettere a disagio” (come era accaduto per esempio nella prima stagione dedicata al serial killer Jeffrey Dahmer). Del resto la fama di Ed Gein, capace di ispirare molti serial killer a venire, compresa la macabra fantasia di scrittori e registi, sembrava portare verso questo lato del carattere, e invece questo Gein televisivo, alla fine, riesce a suscitare intorno alla sua figura e alla sua triste vicenda personale un grado di empatia da parte degli spettatori, tale da portare persino alla commozione. Una degli aspetti più riusciti del progetto, secondo me. sta nel richiamo metacinematatografico a tre dei principali capolavori del cinema horror che hanno tratto spunto dalle vicende del “Macellaio di Painfield” . Riuscitissimi sono i riferimenti a  Psycho, Non aprite quella porta e Il silenzio degli innocenti, attraverso un montaggio che fonde coincidenze e intrecci narrativi tra realtà e finzione cinematografica in una ricostruzione accurata, quasi maniacale, dei set cinematografici e dei personaggi che hanno realizzato tali capolavori. Tra i momenti più coinvolgenti, sicuramente la ricostruzione storica di alcuni eventi chiave della realizzazione di Psycho (il film che più di tutti si è ispirato alle nefande gesta di Gein) con annesse le figure di  Alfred Hitchcock ed Anthony Perkins. Ma quello che probabilmente ha fatto storcere il naso a non pochi spettatori e la scarsa aderenza della serie con i fatti storici. Cosa che ha sottolineato il biografo ufficiale di Ed Gein, Harold Schechter.  Ecco alcuni esempi: 

La presunta fidanzata Adeline Watkins, interpretata da Suzanna Son, che nella realtà dichiarò inizialmente al Minneapolis Tribune di essere stata fidanzata con lui per vent’anni, salvo poi ritrattare tutto al Stevens Point Journal e affermare che la storia era stata gonfiata e che in realtà lo conosceva solo superficialmente. Gli sceneggiatori hanno trasformato questa figura incerta in un personaggio chiave, simbolo della complicità che Gein cercava nelle sue fantasie.

La morte del fratello Henry. In Monster vediamo Ed colpirlo con un tronco e poi inscenare un incendio per coprire il delitto. Secondo i dati ufficiali, invece, Henry morì in un incendio boschivo nel 1944 e la causa dichiarata fu l’asfissia. Tuttavia, alcuni dettagli anomali, come l’assenza di gravi ustioni sul corpo, alimentarono il sospetto che Ed potesse avere un ruolo nella vicenda, anche se nessuna accusa formale fu mai avanzata.

La giovane Evelyn Hartley, interpretata da Addison Rae, è centrale in un episodio della serie. Nella fiction viene rapita e uccisa da Gein mentre lavora come babysitter. La realtà è diversa: Evelyn fu davvero una ragazza scomparsa nel 1953 a La Crosse, Wisconsin, ma il suo caso non è mai stato risolto. Gein negò qualsiasi coinvolgimento e non fu mai trovato un collegamento diretto con lui. Il suo destino rimane un mistero irrisolto.

Necrofilia e cannibalismo. Molti associano Gein a pratiche estreme come cannibalismo e necrofilia, e la serie contribuisce a consolidare questa immagine. In realtà non ci sono prove che abbia mai mangiato carne umana o abusato sessualmente dei cadaveri. Gein confessò di provare un’attrazione morbosa verso i corpi femminili, ma spiegò anche di non averli mai violati perché «puzzavano troppo», come riferisce anche Harold Schetcher, autore di una sua accurata biografia.

Il falso incontro con l’Fbi e Ted Bundy Nel finale Gein viene mostrato in contatto con agenti dell’Fbi impegnati a catturare Ted Bundy. Questo episodio è pura invenzione. Gein fu arrestato nel 1957 e trascorse il resto della sua vita in un ospedale psichiatrico, dove morì nel 1984. Bundy iniziò a uccidere solo negli anni ’70. Non ci fu mai alcun incontro né collaborazione tra i due casi.

Al di là delle critiche la storia di Ed Gein è comunque un prodotto di qualità,  molto curato dal punto di vista visivo e ben girato, e comunque non deve stupire la rilettura “alternativa” (ma neanche troppo in fondo) degli autori, famosi tra l’altro per le loro decodificazioni  e visioni personali dell’horror (American Horror Story insegna). Monster: La storia di Ed Gein è quindi una serie a doppio taglio: tecnicamente impeccabile, emotivamente intensa, ma narrativamente ambigua.
Ci si ritrova più commossi che spaventati — e forse è proprio questo, in fondo, l’obiettivo: ricordarci che il vero orrore nasce sempre da ciò che proviamo umanamente, non solo da ciò che ci terrorizza.

Di seguito,  gli aspetti peculiari e delle valutazioni in “pillole” dei singoli episodi.

Episodio 1 – La casa sul confine del nulla

La serie si apre con un Midwest lattiginoso e silenzioso, quasi ipnotico.
Ed (Charlie Hunnam) vive sotto lo sguardo glaciale della madre Augusta, una fanatica religiosa convinta che il peccato viva in ogni donna.
La regia è lenta e soffocante: la casa di Gein è un personaggio a sé, un ventre che inghiotte tutto.
Murphy non mostra ancora l’orrore, ma lo fa respirare nei muri, nelle preghiere, nei sussurri.

Episodio 2 – Il volto della madre

Augusta domina anche da morta.
Ed comincia a confondere la realtà con le visioni: il suo volto si mescola a quello delle donne che incontra, in un delirio di colpa e desiderio.
La fotografia vira sul verde malato, i suoni diventano distorti.
La serie comincia a suggerire, più che mostrare, e il risultato è disturbante: sembra di assistere alla nascita di una leggenda nera.

Episodio 3 – La stanza chiusa

La discesa è completa.
Ed entra in un mondo tutto suo, popolato di voci e corpi che non esistono più.
Charlie Hunnam è magnetico: il suo sguardo passa dalla dolcezza infantile al gelo della follia in un respiro.
Murphy evita il gore gratuito: preferisce il disagio psicologico, quel senso di sporco che ti resta addosso anche dopo i titoli di coda.

Episodio 4 – I fantasmi di Plainfield

I furti al cimitero, il desiderio di ricomporre la madre pezzo dopo pezzo.
La serie diventa una fiaba nera, fatta di neve, silenzio e ossessione.
Ogni scena è un equilibrio tra pietà e orrore: non si può odiare Ed Gein del tutto, e questo è forse il suo peccato più grande.

Episodio 5 – Le voci delle pareti

Il punto più alto della tensione.
Le stanze della casa sembrano respirare, la voce di Augusta ritorna come un’eco.
È horror puro, ma di tipo psicologico: la paura non viene da ciò che vedi, ma da ciò che senti.
Una regia claustrofobica e una colonna sonora minimale trasformano la casa in un labirinto mentale.

Episodio 6 – Cinema dell’orrore

Murphy si diverte con la meta-narrazione: vediamo Hitchcock e Tobe Hooper discutere dei crimini di Gein e dei film che ne nasceranno — Psycho, Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti.
Un omaggio affascinante per gli amanti del cinema dell’orrore.
Un episodio che spezza la tensione ma arricchisce il mito, mostrando come Ed Gein sia diventato il seme di tutto l’horror moderno.

Episodio 7 – Il caso Bundy

Qui la serie deraglia.
Ed Gein coinvolto nella caccia a Ted Bundy è pura invenzione, e il biografo Harold Schechter non ha mancato di sottolinearlo.
Ma, per chi accetta la finzione, resta un episodio tesissimo e ben girato, con un tocco da thriller noir.
Murphy qui sacrifica la verità in favore della leggenda.

Episodio 8 – L’ultima preghiera

Il finale non è un’esplosione, ma un sussurro.
Neve, silenzio, solitudine.
Ed viene arrestato, ma non c’è odio nei suoi occhi: solo la stanchezza di chi ha perso se stesso. Murphy sceglie la pietà al posto del giudizio.
L’ultima preghiera di Gein — “Amen” — chiude la serie come una messa funebre per un’America che non vuole guardarsi allo specchio.

© Sergio Di Girolamo

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